Come forse qualcuno avrà notato, non
ho scritto niente sulla Festa della Donna. Volevo scrivere un post che non si
basasse sulla mia storia personale, sulle Grandi Donne, o sulle Piccole Donne.
Volevo scrivere qualcosa che riguardasse me, le mie amiche, la mia generazione
in generale. Così mi sono venute in mente due parole che non sento più
pronunciare da molto tempo: GENERAZIONE X.
Ho provato a chiedere in giro se
qualcuno si ricordava cosa significasse, ma nessuno mi ha dato una risposta.
Una locuzione che un tempo era di uso comune, oggi sembra dimenticata, perciò
ho deciso di ricordare che cos’è la Generazione X: è la mia generazione,
dimenticata anche lei.
Noi siamo quelle che quasi non
ricordano i mondiali dell’82, bambine ai tempi di Cernobyl, preadolescenti alla
caduta del Muro di Berlino e adolescenti negli anni di Mani Pulite e della
Prima Guerra del Golfo.
La X indica che noi non siamo né
carne né pesce: non abbiamo avuto le Grandi Ideologie dei ragazzi degli Anni ‘70
e neppure la spensieratezza degli Anni ‘80, perché gli Anni ‘90 vengono
ricordati ancora oggi come quelli delle grandi stragi di mafia e di una crisi
economica dovuta a un mondo che è cambiato nel giro di pochi mesi, grazie anche
ad una guerra che non ha portato a niente.
Siamo le figlie di una generazione,
quella dei nostri genitori, uscita dal boom economico, che credeva nella
meritocrazia, che diceva che noi, le sue figlie, mai avremmo dovuto patire
quello che aveva patito lei: concetto sbagliato, non ci ha dato le spalle
robuste per vivere qualunque forma di privazione. Siamo le figlie delle prime
famiglie che andavano disfacendosi, quando ancora il divorzio dei genitori era
considerata una disgrazia grave e crescere in quella condizione non era una
cosa normale. Siamo figlie di una società che si permetteva di inquinare quello
che ora non osiamo neppure sognare.
Quando eravamo bambine ci insegnavano
a investire nel futuro: dovevamo studiare, essere preparate, perché un domani
saremmo state ricompensate. Infatti ci siamo imbottite la testa con diplomi
sperimentali che dovevano darci qualcosa di più rispetto a quello che avevano
ricevuto i nostri insegnanti. Solo adesso ne vedo la contraddizione in termini,
perché quei diplomi, oggi, non hanno affatto quel valore aggiunto promesso, ma
evidenziano solo che quelle materie studiate all’epoca con entusiasmo ora sono
superate.
Poi siamo arrivate all’università,
un’università che ci prometteva corsi di laurea (quinquennali) finalmente nuovi
che ci avrebbero aperto le porte dell’universo. Chi di noi si è arrivata alla laurea,
ha conquistato un titolo che, mentre ancora sudava per averlo, era già vecchio.
Sì, perché proprio in quel periodo sono nate le lauree triennali. E così, la
nostra generazione, scopre che questa preparazione, così coltivata, è
eccessiva. Ho conosciuto personalmente delle ragazze che, a un colloquio di
lavoro, si sono sentite dire “Lei è molto valida e preparata, ma io tanta
preparazione non me la posso permettere, quindi credo che assumerò una con una
laurea triennale, che mi costa meno.”
Ci hanno insegnato che l’organo più importante
da coltivare è il cervello. E noi, diligenti, lo abbiamo fatto.
Per anni ci hanno spiegato che la
meritocrazia si basa sulla capacità, sulla preparazione e sulla voglia di
lavorare. Quando ero bambina avevamo come mito la bambola Barbie: lei era
bella, donna in carriera, fidanzata (o sposata) con Ken, con sorelle o figlie.
Lei, Barbie, aveva tutto: bellezza, soldi, fascino e sentimenti. E noi,
diligenti, abbiamo inseguito quel modello, cercando di diventare come Barbie. I
nostri cartoni animati ci educavano a lottare per dimostrare la nostra
eccellenza, a scapito dei furbetti.
Alla fine è arrivato il momento di
raccogliere i frutti di tutto questo lungo lavoro di preparazione.
Solo che, nel frattempo, la
generazione che ci ha creato, e che ancora oggi è al potere, ha deciso di
cambiare i canoni. Così abbiamo scoperto che l’organo da sviluppare di più non
era il cervello, ma quello riproduttivo, e che è meglio se siamo se disponibili
a mostrarlo, magari con una farfallina tatuata, meglio ancora se siamo un po’ furbette, seguendo esattamente il
modello che ci avevano insegnato a disprezzare . Come dire: “scusate ragazze,
ma ci siamo sbagliati, non è la vostra cultura che ci interessa, ma la vostra
farfallina. Era quella che dovevate coltivare, perché tanto, noi vecchi non
possiamo andarcene in pensione quindi continueremo a conservare il nostro
status.” Il problema è che noi, ormai, non abbiamo più l’età per mostrare la
farfallina. E quindi ci troviamo nella condizione per cui, se da un lato,
stiamo ancora facendo la cosiddetta gavetta senza prospettiva che questa
finisca mai, dall’altro ci sentiamo già dire che dovremmo lasciare posto ai
giovani, che non hanno la nostra preparazione, ma hanno le qualità in linea con
i canoni attuali. Se ci fate caso noterete che di esempi del genere ne sono
pieni i palinsesti e le poltrone in Parlamento.
Non mi illudo credendo che anni
addietro fosse così, ma almeno prima questa aveva un nome diverso da “merito”.
Scusate se vi sembra poco, ma a me tutto questo fa un po’ rabbia: mi sembra un
tantinello umiliante.
Da bambine sognavamo di avere
carriera e famiglia perché era questo a cui ognuna di noi era stata educata a
sognare. Poi abbiamo scoperto che la carriera, salvo donne particolarmente
fortunate o eccezionalmente meritevoli, possiamo scordarcela e lasciarla ai
nostri coetanei maschi perché, per noi, al massimo c’è la speranza di un
contratto ad un tempo un po’ meno determinato di altri; del resto siamo ancora
in età riproduttiva e fare figli costa senza contare che non sapremmo neanche
dove metterli visto che i nostri genitori non possono aiutarci e che gli asili
nido sono un’utopia. Ma questo è un discorso meramente teorico, e tra poco vi
spiego il perché.
Da chi ha lavorato per anni per
metterci in questa condizione, scopriamo
che siamo anche bamboccioni e sfigati: pochi soldi in tasca per vivere
all’altezza dei nostri stimoli intellettuali, magari famiglie bisognose di
aiuto. Conosco ragazze che non se ne vanno di casa perché altrimenti, senza il
loro magro stipendio, la famiglia non tirerebbe avanti. Altre che, per lo
stesso motivo, sono tornate a casa da genitori che hanno scoperto una pensione
molto più misera di quanto promesso.
E i sogni di famiglia? Abbiamo
scoperto che non siamo adatte per questo genere di imprese e non solo per i
motivi sopra citati. Un po’ di tempo fa una signora mi disse: ”Ma voi ragazze
non avete speranze di costruirvi una famiglia: siete troppo intelligenti, colte
e indipendenti e non ci sono tanti
uomini in grado di tenervi testa, i pochi capaci sono troppo impegnati ad
emergere dalla massa per accorgersi di voi e gli altri non sono alla vostra
altezza.” Mai avrei pensato che quelle caratteristiche credute un pregio fino a
poco tempo prima ora sono da considerarsi motivo di handicap. Potrei aggiungere
che ho anche amiche fidanzate con uomini che non sono cerebrolesi e amici
maschi molto intelligenti. Insomma questo è un discorso generale, che mi viene
da fare guardandomi intorno.
Mi vengono in mente i personaggi di
Sex ad The City: donne colte e intelligenti che, però, sono totalmente incapaci
di essere indipendenti e passano di amore in ormone senza soluzione di
continuità. Questa sembra essere la risposta alla solitudine e il disorientamento
che vedo attorno a me: non bisogna essere indipendenti, non bisogna essere
colte e non bisogna essere intelligenti. E se lo si è, bisogna comunque non
mostrarlo. Chissà come si sentivano le donne messe al rogo come streghe e se
erano così diverse dalle donne di cui sto parlando adesso.
Infine, perdonate questo sfogo, e
ricordate una cosa: è la mia generazione che ha portato internet a tutti, che
ha scoperto la cure a molte malattie e che lotta per ripulire un pianeta che
qualcuno prima di noi ha imbrattato. Ha anche inventato il Viagra, già. Un
riconoscimento, ogni tanto, sarebbe anche gradito.
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