giovedì 19 settembre 2013
Non sono io
Non sono io quella che si nasconde
Non sono io quella che fa finta di starci con tutti
Non sono io quella che guarda il mondo con gli occhi cinici
Non sono io quella che scherza sempre
Non sono io quella che vorresti a fianco a camminare tra le bombe
Non sono io quella che fa sempre le domande
Non sono io quella che dice sempre il contrario di quello che vorresti sentire
Non sono io quella che vive di sogni nei cassetti di cui ha perso la chiave
Non sono io quella che scrive una cosa così brutta.
lunedì 12 agosto 2013
Il mio Muro di Berlino
Questa è la mia prima volta a
Berlino. Città nuova, gente nuova, un mondo nuovo. Un mondo strano, molto
europeo, forse troppo, per chi, come me, viene da un paese sempre meno europeo.
Mi piace viaggiare, mi piace essere straniera, mi piace non essere capita, vedere una realtà
che non mi appartiene da fuori. Mi piace la libertà dell'incomprensione, del
tornare bambina e riscoprire il mondo.
Eccomi qui quindi. Ecco
che cerco di conoscere questa città, di trovare in essa qualcosa di me. Perché c'è una domanda che mi faccio
tutte le volte che visito una città, e che diventa la vera discriminante tra le
città che amo e quelle che non amo. La domanda è: io qui ci vivrei? C’è,
in essa, qualcosa che mi appartiene così tanto da rendermi desiderabile il
farne parte?
Per ora non ho una risposta.
La prima impressione è che questa città non è
quella che mi aspettavo. La prima impressione è quella di una città che vuole
divertirsi, che vuole essere felice, ma fa ancora fatica. È ancora schiava dei
fantasmi che da sola ha creato e poi scacciato. Fa i conti con un passato
troppo ingombrante per chi c’era, e lo affronta chiamando a sé giovani che non
l'hanno vissuto se non nei racconti dei genitori.
Le guide turistiche dicono che “Berlino è giovane”,
ma la sua gioventù è forzata. Quello che ora vedo è un eterno cantiere in
continua evoluzione alla ricerca di una sua identità, reale, pulita, che
ricordi i fasti di un tempo, ma ne dimentichi la paura.
Forse ho sbagliato approccio. Forse non dovevo
cominciare dal Muro. Ma come potevo trascurarlo proprio io che quel 9 novembre
del 1989 avevo appena compiuto 13 anni e sentivo fortissimo l’entusiasmo di
essere spettatrice della Storia che si compieva di fronte a me finalmente priva
della totale inconsapevolezza dell’infanzia?
E allora decido di cominciare proprio da dove il
Muro ha cominciato a crollare.
Bornholmer Brücke, dove quella notte i berlinesi
dell’Est si ammassarono senza lasciare altra scelta alle guardie se non di
aprire i cancelli, è solo un ponte di ferro. Inutile immaginarsi chissà che. È
solo un ponte di ferro molto trafficato. Del Muro non c’è traccia.
Mi reco allora al Mauerpark, dove, mi dicono, è
visibile una sezione del “muro interno”, quello di mattoni rossi per
intenderci. Lì il muro, in effetti è visibile. Mi ci vuole un po’ per capire
che quell’ammasso di mattoni fatiscente, che combatte contro le erbacce
all’ombra di palazzoni anonimi che hanno meno di vent’anni, sia stato un
Simbolo. Non esprime neanche la Malinconia di una vecchia gloria oramai in
pensione. Possibile che a nessuno, tedeschi compresi, interessi ricordare cosa
è stato e cosa ha rappresentato? Possibile che tutto ciò che resti di una delle
più grandi faglie umane che la storia moderna abbia prodotto, sia ridotta a una
ricostruzione per turisti presso il Checkpoint Charlie?
Sarà perché vengo da un Paese per il quale la Storia deve sempre essere
mostrata quasi con arroganza, che deve conservare tutto in modo fisso come se
fosse il salotto buono che viene aperto solo per quelle grandissime occasioni
che poi non sono mai abbastanza grandi; ma ci rimango male. Possibile che si
sia già dimenticato tutto?
La verità è che quanto il Muro è caduto ai berlinesi è rimasto un sacco
di spazio vuoto. Spazio che doveva essere riempito in un qualche modo, non si
poteva mica lasciarlo lì, e così hanno cominciato a costruirci sopra lasciando
che pezzi di sé stessa si sparpagliassero per il mondo come stelle cadenti,
sotto forma di cartolina con incastonata un sasso.
Un pezzo di Muro non lo si nega a nessuno. Del resto chi non ha un po’ di
Muro dentro di sé?
Dopo questo giro malinconico,
cercando ancora il significato di ciò che è stato con un pizzico in più di
leggerezza, vado al DDR Museum. La guida me ne parla come di un museo iterativo
che presenta la vita nella ex-DDR come semplice e simpatica, un vero must per
chi, come me, ama il film Good Bye Lenin! Non è così. È un museo serio,
ricavato in uno spazio troppo piccolo, popolato di troppi bambini per riuscire
ad avere il valore che merita. Nuovamente torno a pensare a quella geniale commedia
così amara. Ricordo una frase che il protagonista, Alex, verso la fine dice e
che, più o meno, è questa: diedi al mio Paese la fine dignitosa che la Storia
gli aveva negato.
In questo museo si alternano
cimeli di un passato troppo vicino per essere archeologici che non sono ancora
diventati reperti da sarcofago egizio. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa un
coetaneo di mia sorella, un adolescente di quel periodo. Uno che, in quei
giorni, aveva vissuto davvero la DDR e la caduta del Muro.
È solo qui che ho l’impressione
per cui qualcuno tenta di superare l'incomprensione empatica tra chi cerca di
spiegare una vita e chi, non conoscendola, la riveste di eccessiva tragicità o
eccessiva superficialità.
A pensarci bene la Germania è uno di quei pochi
posti in cui si può trovare qualcuno che per tutta la è stato dalla parte sbagliata
della Storia. Immaginiamo un uomo nato del 1920: oggi ha 93 anni. Non parlo di
un fanatico, o di un intellettuale politicamente impegnato, ma del classico “uomo
comune”, quello che lavora onestamente e paga le tasse, che non fa scioperi e
neanche troppe domande. Da bambino gli dissero di credere al Reich, e lui lo
fece. Poi, era il 1946, gli dissero di credere a Stalin, e lui lo fece. Nel 1989
aveva 69 anni. Come si spiega a un uomo di quell’età che lui ha sempre sbagliato?
Che si è sempre fatto manipolare dai mezzi d’informazione, che è sempre stato
dalla parte sbagliata, che è sempre stato uno dei Cattivi? Perché, si sa, la
Storia viene sempre scritta dai Buoni, perché i Cattivi, sono quelli che hanno
perso. Sempre.
Questa è una domanda a cui non avrò risposta, ma
ho ancora il desiderio di capire il Muro. So che posso conoscere ancora tanto. Infondo,
mi dico, se Berlino ha un’anima artistica così profondamente sviluppata come mi
dicono, qualche funzione artistica anche il Muro dovrà averla oggi no?
Qui trovo finalmente uno spirito diverso di
questa storia, qui voglio immaginare i primi giorni del dopo Muro: gente
sconosciuta che felice si abbraccia come in una festa, come vecchi compagni di
scuola che si ritrovano dopo tanto tempo e dimentichi dei brutti momenti
pensano solo a quanto è bello essere di nuovo vicini.
Finalmente, in questa prima
periferia di una capitale di confine, il mio umore si colora di un nuovo
profumo, quello della quotidianità non sempre ossessiva e del primo giorno di
scuola.
Nei giorni prossimi ci saranno le
opere d’arte nei musei, le bellezze architettoniche, il giro sul fiume e il
tour con le Trabant. Per ora mi godo questo.
sabato 3 agosto 2013
And The Winner Is ...
Come qualcuno di voi già saprà, nei mesi scorsi ho partecipato a un concorso letterario.
Speravo che, mettendomi in gioco così, avrei avuto la possibilità di imparare e di migliorare e un giorno, chissà, magari anche di pubblicare qualcosa.
Quello che non mi aspettavo minimamente era di vincere il concorso e di ottenere la possibilità di pubblicare il mio racconto!
Chiaramente vi dirò tutti i dettagli riguardanti la pubblicazione a tempo debito, per ora vorrei ringraziare chi mi ha aiutato, supportandomi e, soprattutto, sopportandomi.
Sì, lo so, non ho vinto l'Oscar, ma se considerate che, quando ho saputo della vittoria, mi sono messa a ballare a GanGnam Style in sauna, capirete la mia incapacità di intendere e volere attuale.
Quindi, ecco a voi i miei ringraziamenti.
Tutto questo è dedicato alla Trikell Edizioni, a MChagall, a Principe Kamar, alla Giuggy, a Lost Fantasy, al Professor Ferri e a ManuVr; non ho bisogno di dire il perché, loro lo sanno già. Un grazie speciale agli amici che mi hanno sempre detto di provarci, ad un sito che parla di danza perché, anche se apparentemente non centra niente, lì ho scritto tanto e lì ho conosciuto qualcuno degli amici di cui vi ho parlato tante volte e che ho ringraziato qui. Infine, grazie a Roberto Pellico perché vorrei saper scrivere come scrive lui.
Adesso non so cosa succederà, solo di una cosa sono certa: imparerò qualcosa!
Un bacione a tutti e buone vacanze!
domenica 7 luglio 2013
La mia prima volta
Sono sempre qui. Sempre a litigare
con il Tempo. Questo fastidioso tempo che non fa altro che comportarsi come una
bambina capricciosa. Impiega secoli quando potrebbe essere un po’ più veloce
per poi arrivare in anticipo agli appuntamenti ai quali io risulto in ritardo.
Io odio essere in ritardo agli appuntamenti con il Tempo.
E poi ci sono loro, le mie emozioni.
Le solite emozioni che hanno l’orribile abitudine di farsi metabolizzare tanto
lentamente.
Insomma sono sempre io, coerente fino
alla morte: tempo ed emozioni lente, emozioni lente e tempo.
Tutto è cominciato a ottobre
dell’anno scorso. Caspita, quasi un anno fa.
Ero stanca del TempoImmobile. Avevo
bisogno di darmi una scossa. Così decisi di vedere dall’interno quel mondo che,
tutti sanno, tanto mi affascina. E mi iscrissi a un corso di teatro.
Non avevo mai vissuto niente di così
BELLO. Amici nuovi, colori nuovi, profumi nuovi. O forse solo occhi nuovi con
cui vedere le cose vecchie.
Nei mesi invernali ho imparato, anche
se forse è una parola grossa, a improvvisare. Buffo pensare che nella vita si
improvvisa costantemente, ma che nessuno è capace di farlo.
Da gennaio abbiamo cominciato a
provare lo spettacolo.
La notte dopo aver ricevuto il
copione non ho dormito. L’idea di salire su un palcoscenico mi terrorizzava,
ero convinta che non ce l’avrei mai fatta. Ma avevo dalla mia parte un Gruppo.
È incredibile come una cosa come
questa possa unire tanto persone così diverse. È bellissimo pensare che mesi fa
non sapevo nulla della loro esistenza e adesso sono diventati amici preziosi
che si aggiungono a quelli che già c’erano. Da gennaio a giugno abbiamo avuto
un Progetto comune a cui lavorare, a cui attaccarci per diventare Amici.
Il Tempo, in questi mesi ha fatto il
suo dovere, rimanendo abbastanza costante fino ad accelerare ai primi di
giugno, una settimana prima dello Spettacolo. Ho passato ore meravigliose in
una stanza dalle pareti nere.
Caspita, è già passato un mese. Ecco,
lo vedete? Le mie emozioni si sono ulteriormente rallentate. Mi ci è voluto un
mese per elaborare i sentimenti di quella notte.
È stata la notte in cui il Tempo ha
fatto i capricci come mai aveva fatto prima. Tornare laggiù è sempre
meraviglioso …
È il giorno del debutto.
Il pomeriggio è teso: ieri avremmo
dovuto avere la generale, ma, per vari motivi, è stata “abortita”. Quindi si va
in scena senza aver fatto la generale. Fantastico. Cominciamo bene. L’aspetto
positivo è che tra di noi, invece che sfogare la tensione con il nervosismo
litigando, ci stringiamo facendoci reciprocamente coraggio. GF, la nostra insegnate-regista, ha il raro
dono di saper sempre gestire le emozioni di tutti convogliandole in senso
positivo. Riesce a trasformare la tensione in energia positiva.
Fino adesso il tempo è volato, poi
arriva il momento del “mezz’ora in scena”.
Sono pronta, almeno esteriormente. Siamo
tutti pronti. Il tempo rallenta. Calma, respira. Ispira col naso contando fino
a otto trattieni il respiro contando fino a due, espira con la bocca contando
fino a dieci. Ripeti l’operazione.
“Un quarto d’ora”. No. Non sono
affatto pronta. La camicia non è perfetta, il cappello non sta dove dovrebbe
stare. Ma perché, poi mi preoccupo per il cappello che toglierò e metterò
almeno sei volte e che ho ancora un sacco di tempo prima di indossarlo per l’inizio?
Riguardo il copione. Caspita, non me
ne ero accorta, ma per ogni singola
battuta, per ogni istante in cui sono in scena ho un buon motivo per essere
terrorizzata. Non ce la farò mai. Anzi, sì, ce la farò.
“Cinque minuti” Nooooo!!!! Non ce la
faccio, non ce la posso fare!!! Anzi! Sì ce la faccio benissimo! Andiamo?
Perché dobbiamo aspettare ancora? Il tempo ha cominciato a fare un gioco
assurdo per cui vola e si ferma contemporaneamente. Foto, “merda” collettivo e
via.
“Chi è di scena” ma non dovevano
trascorrere cinque minuti? Ne sono passati sì e no due! Ah no? dite che ne sono
passati quasi dieci?
Allora, pronti. Tutti dietro le
quinte ai propri posti.
Stop. Il tempo si ferma.
GF fa il suo discorso di
presentazione.
Non so perché, ma comincio a ridere
come una matta da dietro alle quinte, mentre penso che, fortunatamente, non mi
sente nessuno. AM mi guarda e mi chiede se va tutto bene. Sì, tranquillo, è
tutto ok, mi sto solo sfogando, è solo una piccola risata isterica, niente di
grave, a volte mi succede. Evito di dire che non mi succedeva dall’esame di
terza media nel 1990.
GF ha terminato, dobbiamo cominciare.
Non c’è più scampo. AM ed io dobbiamo cominciare, il primo scambio di battute è
nostro, e questa è una responsabilità enorme perché, se noi non partiamo bene,
non ci mettiamo la giusta energia, per i nostri amici diventa tutto più
difficile.
Seduti al tavolino, buio, filmato. Che
dura un’eternità. In realtà sono solo tre minuti, ma il tempo ha deciso di
farmi il solito scherzo e quindi è praticamente immobile.
Luce. Si comincia. Per davvero questa
volta. “La crisi delle élite!”
Vado, ora tocca a me. Non so cosa sto
dicendo esattamente, ripeto a memoria le battute che conosco bene ormai da
mesi, e intanto penso alla mia voce ai miei gesti, a non dimenticarmi niente. Mi
sentiranno? Io parlo sempre così piano! Si capirà che stiamo giocando a carte?
“Appunto! Mi devi 50.000!” il
pubblico ride. Ce l’ho fatta! Hanno capito! Ridono! Allora abbiamo avuto il
giusto tempo comico! Mi sento onnipotente! Il peggio è passato!
Il peggio è passato? Ma stiamo
scherzando? Il peggio deve ancora cominciare. Ho solo cominciato, ho superato
il primo muretto di una scalata lunghissima e contemporaneamente brevissima.
Sento i ragazzi entrare dietro di noi
e mi alzo come da copione per raggiungerli. È una scena d’insieme, dobbiamo
sorridere come fossimo in una pubblicità. Il pubblico ride e applaude. È normale,
certo, sono amici e parenti quelli in sala, però mi fa uno strano effetto
pensare che sono lì per me.
Eccoci qui tutti in fila: ML, GR,
ANT, OZ, MM, AM, AC, AD, PR, EB, MOR, CS, AS, MP, LM, FT, io e NP. Mentre sorrido
sento gli angoli della mia bocca tremare ed ho la sensazione che questa sia una
cosa visibile anche dall’ultima fila.
Ora ci risediamo e incominciano le
varie scenette. Via la prima, mentre sto seduta sul palco in piena ombra. Il tempo
ha ricominciato a correre.
Fine scenetta. Devo riportare il
tavolino nelle quinte e prepararlo per una scena successiva, quindi cambiarmi
la camicia. Calma. Ispira ed espira. Devo stare attentissima a non fare rumore,
a non far cadere tutto, a rimanere ben nascosta. Calma. Ho tutto il tempo. Intanto
ML, EB e ANT vanno avanti con la loro scenetta. È una delle più divertenti, ma
non posso godermela.
Calma. Il tempo vola. Mi cambio e
rientro in scena. Nuova scenetta con FT, NP e GR, e in questa ho anche un paio
di battute. Battute che dovrei dire anche seriamente, aggiungerei, ma è una
cosa che non sono mai riuscita a fare perché, tutte le volte che guardo FT mi
viene da ridere. Perfetto. Ce la posso fare. Forse. Il pubblico ride, mentre io
rimango seria. Sì, ce l’ho fatta.
Rientro nelle quinte mentre lo
spettacolo va avanti. Ancora il tempo rifà il suo strano scherzo, quello per
cui si mette a correre vertiginosamente e si ferma contemporaneamente.
Altre battute d’insieme fatte da
alcuni e altre due scenette in cui io non compaio. Poi toccherà a me e sarò
sola sul palcoscenico. Mamma mia, già tremo.
Tempo infinito. Anzi velocissimo. È come
un caleidoscopio per cui rotola in modo vorticoso per fermarsi in istanti che
diventano eterni. E come per un caleidoscopio le immagini che si creano sono
sempre bellissime, così adesso, ogni istante diventa memorabile.
OZ sta correndo troppo. Eppure è
perfetta come tempistica, solo che a me sembra corri troppo.
Ora tocca a EB. Il suo momento da
sola. chissà se ha provato le stesse sensazioni che provo io adesso?
È il mio turno. Mi porto sul
proscenio in piena luce. Un mezzo passo e cadrei in una platea che non ho modo
di vedere. Quando Nietzsche scrisse: “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso
ti guarda dentro” doveva essersi trovato sul proscenio in piena luce. È un
pensiero che mi affolla la mente per non più di un nano secondo, perché già nel
nano secondo successivo il mio pensiero è rivolto al fatto che io sono in luce
e il resto del mondo è in ombra e aspetta di sentire cosa ho da dire. E allora
lo dico. Pochi secondi, forse un minuto, ma è il mio momento. GF me lo ha detto
per mesi: “quello è il tuo momento, goditelo.” Non avrei mai pensato di riuscirci,
ma invece ci riesco. E me lo godo un sacco.
Avanti ancora. Lo spettacolo non si
deve fermare e questo ha un ritmo veloce, adesso è il momento che abbiamo
ribattezzato delle “foto”, io cammino lungo il proscenio, sempre illuminato,
con la luce in faccia e non vedo niente. Un passo in più e finisco distesa per
terra. Mi fermo, mi volto rimanendo di tre quarti rispetto al pubblico, e guardo
una scena che gli altri fanno. Sono bravi i miei amici. Sono davvero bravi.
Stop. Il tempo si ferma di nuovo. Aiuto
AD a preparasi per la sua scena ed attendo il mio turno. Devo ripartire dalla
quinta di fondo con AM e, con aria solenne, quasi tragica, dire una serie di
battute apparentemente slegate l’una con l’altra in uno scambio che sembra
privo di connessioni logiche, camminando fino alla prima quinta.
Il tempo è fermo. Ho paura di non
farmi sentire, perché stavolta non sono sul proscenio e la mia voce, che
credevo essere molto più debole di così, deve superare tutto il palcoscenico. E
poi c’è la paura di non ricordarsi tutte le battute.
Ho una leggera incertezza, ma ce la
faccio.
Ora il tempo precipita: esco dalla prima
quinta e devo rientrare dalla quinta di fondo dall’altra parte del palcoscenico
correndo nel retropalco mentre mi tolgo sciarpa e cappello perché nella scena corale
attaccata alla nostra ho una battuta e non posso entrare in ritardo. Lo spazio
è di pochi centimetri ed è in ombra, quindi vedo anche pochissimo. Credo di
fare un bel po’ di rumore, ma per fortuna i miei amici ne fanno di più sul
palcoscenico rispettando il copione.
Anche questa va bene. Usciamo tutti
dal palcoscenico.
Rimetto sciarpa e cappello e torno in
scena, nuovamente in ombra rimanendo di tre quarti. Altro video di pochi
secondi che mi sembra eterno. Anche stavolta ho paura: sono le ultime battute,
serissime, in cui enunciamo la lettera di Flaiano sulla libertà (http://veliaergoest.blogspot.it/2013/03/lettera-di-ennio-flaiano-sulla-liberta.html)
.
Sono anche le mie ultime battute. Quasi
un commiato. “Gli italiani hanno altro a cui pensare.”
Lo spettacolo non è finito. Le mie
battute sì. Adesso il tempo ha ripreso a scorrere in fretta. Torno nei camerini
perché mi devo cambiare. D’ora in poi non avrò più battute, ma sarò ancora in
scena e sarà un ruolo comunque importante. Devo fare una passerella e decido che,
per evitare figuracce, invece dei sandali con le zeppe, rimarrò a piedi nudi. Ne
va del mio amor proprio.
L’ultima scena dura una decina di
minuti. E ancora una volta il tempo è velocissimo. Strano, perché questa scena
non mi è mai piaciuta, anzi, l’ho sempre trovata noiosa e invece, adesso, mi
sembra divertente.
Andiamo avanti, fino alla fine. Siamo
bravi. AM, che aveva aperto lo spettacolo, lo chiude anche: “E cosa facciamo
domani?” e questo per me ha un significato particolare perché, domani, il corso
sarà finito e so già che quelle pareti nere mi mancheranno come manca la
propria terra a un immigrato.
Applausi finali. Triplo inchino, ho
quasi le lacrime agli occhi.
Il giorno dopo quella sera ho scritto
questo: “E poi arrivi a questo punto: il lavoro di mesi che si
è compiuto e la voglia di ricominciare. La fine di un capitolo e l'inizio di
una storia. Grazie a chi c'è stato e ci sarà ancora.”
Sì, lo rifarei. Lo rifarò.
giovedì 27 giugno 2013
SEGRETI E BUGIE (sfogo personale)
E poi ci sono quelle forme di ignoranza che fanno male. Oggi è il 27 giugno, una data che ogni italiano dovrebbe ricordare, in modo particolare se nato a Bologna.
Trentatrè anni fa un aereo sparì nei cieli di Ustica con il suo carico di 81 vite.
Da allora solo bugie, segreti di stato e prese in giro ai parenti.
Credevo che ogni persona onesta provasse un briciolo di indignazione o di sconforto. Pensavo che ogni bolognese sentisse due giorni del 1980 come una ferita, come una continua richiesta di Giustizia.
Ero convinta che chiedere alle istituzioni perché non si possa ancora togliere il Segreto di Stato fosse un sentimento condiviso.
Mi sbagliavo.
Oggi, parlando con un ragazzo di 22 anni, ho scoperto che esistono bolognesi che non sanno nulla di "Ustica" o del "2 agosto" e, di fronte al mio sgomento, sono capaci di rispondere: "ma chi se ne frega, è successo tanto tempo fa."
È vero, è successo tanto tempo fa, troppo per non sapere ancora niente, troppo perché non sia già nei libri di Storia.
Troppo poco perché si possa già vivere di "chi se ne frega", troppo poco perché si possa fare finta di niente.
Credevo che ogni persona onesta provasse un briciolo di indignazione o di sconforto. Pensavo che ogni bolognese sentisse due giorni del 1980 come una ferita, come una continua richiesta di Giustizia.
Ero convinta che chiedere alle istituzioni perché non si possa ancora togliere il Segreto di Stato fosse un sentimento condiviso.
Mi sbagliavo.
Oggi, parlando con un ragazzo di 22 anni, ho scoperto che esistono bolognesi che non sanno nulla di "Ustica" o del "2 agosto" e, di fronte al mio sgomento, sono capaci di rispondere: "ma chi se ne frega, è successo tanto tempo fa."
È vero, è successo tanto tempo fa, troppo per non sapere ancora niente, troppo perché non sia già nei libri di Storia.
Troppo poco perché si possa già vivere di "chi se ne frega", troppo poco perché si possa fare finta di niente.
Ragazzi, con questo atteggiamento siete colpevoli quanto le istituzioni che disprezzate e vi meritate i Fiorito, i Bossi e le olgettine. Tanto "chi se ne frega". Ah già, scusate, loro rubano, non uccidono. Cosa sarà mai peggio?
venerdì 14 giugno 2013
Notte Prima degli Esami (La versione di Claudia)
Poiché siamo nel periodo che precede gli esami, ho deciso di ripescare questa vecchia cosa per esprimere la mia vicinanza ai maturandi.
Ovviamente non faccio auguri né in bocca al lupo perché alcuni ben informati che sostengono che io porti male.
-> Io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla,
Va ora in onda lo Speciale Medicina 33: "L'ernia al disco in età giovanile"
-> come i pini di Roma la vita non li spezza,
Anto' ma che dici?? Schiantatici contro ai 200 all'ora e poi ne riparliamo...
->questa notte è ancora nostra,
Notte?? Quale notte?? Anto' sono le sei di un pomeriggio di giugno a Roma
-> come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati.
Anto' e che te lo devo dire io?? Gli avvocati mica guardano gli occhiali...
-> Le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
Alle sei in giugno il giorno muore secondo te? No, guarda, o è un eclissi oppure sono proprio bombe e fanno un male porco...
-> Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza,
Fantastici questi last minute di giugno: vai un paio di settimane alle Muritius con neanche 500€...
-> tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto,
Mi stai forse dicendo che sono vecchi dentro????
-> stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
A parte il non del tutto trascurabile dettaglio che se la luna non fosse al solito posto come minimo ci sarebbe uno tsunami mostruoso e quindi è meglio lasciarla lì, ma se alle sei di pomeriggio di un giorno di giugno tu la vedi e ti sembra pure strana i casi sono due: o si tratta proprio di un'eclissi oppure quello che stai mettendo nella pipa non è tabacco...
Poi, visto che non mi vedi da una settimana chi è la tipa nella tua camera legata e imbavagliata che scalcia??
-> Maturità t'avessi preso prima,
Anto' che fai pure tu come la frutta che viene dal Sudamenica ed è sempre stata in frigo? Passi dallo stato di acerbo a quello di marcio senza maturare??
-> le mie mani sul tuo seno
è fitto il tuo mistero,
Anto' io e il mio mistero stiamo alle Mauritius e quello non è il mio seno!
-> e il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
Anto' hai scoperto il segreto del mio peccato che è come i miei jeans patacca comprati dall'extra comunitario all'angolo?? Quello che sta qui con me e si diverte un mondo con gli indigeni??
-> non fermare ti prego le mie mani
Anto' e che vuoi che fermi?? Sto sempre alle Mauritius con l'indigeno
-> sulle tue cosce tese, chiuse come le chiese
quando ti vuoi confessare.
Anto' e come te lo devo dire?? Quella non sono io
->Notte prima degli esami, notte di polizia,
certo qualcuno te lo sei portato via,
Sì Anto' capita: nel tuo caso per sequestro di persona, tentato stupro e detenzione di stupefacenti...
-> notte di mamme e di papà col biberon in mano,
notte di nonne alla finestra,
Ti avevo detto di usare certe precauzioni Anto', mo' guarda che casino che hai combinato...
-> ma questa notte è ancora nostra,
Ma quale notte Anto'? So' sempre le sei
-> notte di giovani attori di pizze fredde e di calzoni,
Anto' se invece di fare il cretino tu accendessi il forno le pizze non sarebbero fredde...
-> notte di sogni di coppe e di campioni,
Anto' ti ricordo che se inizi a suonare la vuvuzela, il vicino ti prende a roncolate...
-> notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere,
Sì, certo, come no: l'avrà detta anche il mio amico professore di Analisi I questa frase almeno una volta nella vita...
-> e gli aerei volano alto tra NewYork e Mosca,
che per andare alle Mauritius è la strada più comoda, che sia per quello che il viaggio è costato così poco??
-> ma questa notte è ancora nostra,
Vabbè Anto' ci rinuncio: hai ragione, è notte, anche se sono sempre le sei del pomeriggio...
-> Claudia non tremare, non ti posso far male,
Anto' e come te lo devo dire?? Quella non so' io!!! E poi ci credo che trema: toglile la pistola dalla tempia dai
-> se l'amore è amore.
E allora?
-> Si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno che mi viene voglia di cantare,
Ma quale palco Anto': so' solo quelli del gruppo di teatro che sono venuti da te con la pizza per vedere la partita!
-> forse cambiarti, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
Anto' te l'ho detto: sono sempre quelli, quella roba che hai messo nella pipa ti fa malissimo!
-> se l'amore è amore - se l'amore è amore - se l'amore è amore -
se l'amore è amore - se l'amore è amore ...
se il fuorigioco è fuorigiocooooooo- se il rigore è rigore- se la birra è birra... Anto' è un implicazione: ti sei dimenticato un pezzo
Ma allora la vuoi finire sì o no 'sta canzone??
venerdì 17 maggio 2013
Salviamo Maggio Danza!
La chiusura del corpo di ballo del Maggio Fiorentino mi mette molta tristezza e mi fa riflettere sulla situazione di crisi culturale che questa società sta vivendo.
Per descrivere la situazione mi vengono in mente le parole di una poesia dalle controverse origini e attribuita a Martin Niemöller. Perdonate la parafrasi.
Prima vennero ...
Prima di tutto chiusero i corpi di ballo
e fui contento, perché il balletto non mi piaceva.
Poi chiusero i programmi TV culturali
e stetti zitto, perché mi annoiavano.
Poi chiusero i musei,
e fui sollevato, perché con la cultura non si mangia.
Poi chiusero le scuole d'arte,
e io non dissi niente, perché non ero un artista.
Un giorno chiusero la mia fonte di sostentamento,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Per chi non vuole che sia così:
http://www.thepetitionsite.com/328/899/674/salva-il-maggio-musicale-fiorentino-a-firenze-save-the-maggio-musicale-fiorentino-in-florence-italy/
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