martedì 26 aprile 2011

26 aprile 1986 ore 1:23:45- quando la Farfalla ha sbattuto le ali



Avete presente la teoria dell’Effetto Farfalla? Questa speculazione è un’esemplificazione della più complessa Teoria del Caos e si basa su un racconto di Bradbury (Rumore di Tuono) del 1952, in cui si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
La farfalla di cui voglio parlare ha sbattuto le ali nella notte del 26 aprile del 1986 e questo battito si è presentato sotto la forma del reattore numero 4 della Centrale V.I. Lenin di Cernobyl. In quella notte, durante un test, tutte le precauzioni e tutte le regole del buon senso saltarono insieme a un reattore nucleare. A onore di verità bisogna aggiungere che quel buon senso all’epoca non si poteva avere perché i protocolli per una simile eventualità ancora non esistevano. Terribile a dirsi, ma la farfalla ha prodotto anche nuove conoscenze scientifiche.
Secondo alcuni storici l’esplosione della centrale di Cernobyl costituì il colpo finale al sistema economico già in crisi dell’Unione Sovietica. La contaminazione delle aree agricole attorno alla centrale fecero sì che il sistema collassasse. Infatti di lì a tre anni il Mondo a poli contrapposti uscito dalla seconda guerra mondiale cessò di esistere. Facile, a questo punto, ricostruirne le conseguenze: il Crollo del Muro di Berlino, il disarmo nucleare (già cominciato con gli accordi di Reykjavik nel 1985), la fine della Jugoslavia e la sua serie di drammatiche conseguenze, la conclusione del conflitto Iran-Iraq (1988), la cessazione dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa (1988) con successiva guerra civile che portò l’ascesa al potere dei talebani.
Se vogliamo estendere il ragionamento e portarlo al limite del fantastorico (ma quanto “fanta” e quanto “storico”?) potremmo arrivare a sostenere che la I Guerra del Golfo fu una figlia di Cernobyl, che il massacro di Srebrenica fu un figlio di Cernobyl, che la fine del nostro P.C.I. fu un figlio di Cernobyl e via dicendo fino all’11 Settembre che, se non fu proprio un figlio di Cernobyl, ne fu comunque un lontano nipote. La farfalla che sbatté le ali appunto. 

Io, però, non sono né una storica, né una studiosa di scienze politiche e di quella farfalla voglio parlare secondo i miei ricordi e le mie esperienze.
Di quei giorni ricordo che si guardava il cielo perché, in caso di pioggia, non si poteva uscire di casa. Mi ricordo che non si poteva giocare in giardino anche se era maggio, mi ricordo che non c’era il latte e che mi toccava bere il the a colazione, mi ricordo che non si poteva mangiare l’insalata. Di quei giorni mi ricordo che, per la prima volta in vita mia, un fatto che avveniva a migliaia di km di distanza mi coinvolgeva in prima persona. A pensarci adesso quello fu il mio primo impatto con un fenomeno che ora conosciamo molto bene: la globalizzazione. Forse è per questo motivo che “sento” quella tragedia in modo così fortemente empatico. 

Nella mia ricerca per saperne di più a proposito di questa storia, qualche tempo fa mi sono imbattuta in un libro che mi ha colpito profondamente. Si intitola Preghiera per Cernobyl e l’ha scritto Svetlana Aleksievic diversi anni fa. Questo libro altro non è che il racconto intorno all’umanità che Cernobyl ha creato. Un’umanità fatta di persone che non hanno più una loro identità dopo l’evacuazione di Pripjat e delle altre zone circostanti, pensare alle discriminazioni che hanno subito a causa del loro essere “potenzialmente pericolosi” mi fa venire i brividi. Ci sono persone che ancora oggi vagano per i paesi nati dallo smembramento dell’Unione Sovietica tra un ospedale e l’altro: non sono solo i tumori a uccidere, ma anche le sindromi post traumatiche con l’aumento dei suicidi. Queste persone hanno perso non solo tutti i loro affetti e i loro beni materiali, ma anche un certo tipo di fiducia nel futuro perché marchiati come “destinati alla malattia”. Altre persone sono andate a vivere nella Zona Proibita perché non c’era un altro posto dove andare, sono profughi di guerre dimenticate. Uomini e donne che hanno dato la vita intorno alla Centrale e che continuano a darla. 

All’ombra di quel reattore si sono consumati atti di puro eroismo. Ci sono stati i pompieri che, spegnendo il reattore, si sono distrutti e hanno distrutto tutto quello che li attorniava in due settimane perché colpiti da sindrome acuta da radiazioni. Ci sono stati i sommozzatori che si sono tuffati nelle acque radioattive delle vasche che si trovavano sotto il reattore esploso svuotandole ed evitando, così, una seconda esplosione per fusione termica che sarebbe costata la vita a milioni di persone. In questi giorni ho visto un filmato dell’epoca per il reclutamento dei sommozzatori volontari: nessuno si tirò indietro. Ci sono stati i liquidatori (quasi 600.000 persone) che, in gran parte, sono stati colpiti da tumore. Di queste persone non conoscerò mai i loro nomi uno per uno, ma questo non mi autorizza a dimenticarli perché, forse, la mia salute odierna gliela devo.

Nonostante quello che sostiene il governo bielorusso, oggi la Zona di Cernobyl è ancora devastata non solo nell’aria, nell’acqua e nella terra, ma anche negli animi di chi la vive. Perché è una delle pochissime zone (forse l’unica in Europa) che ha visto una diminuzione della qualità della vita, un aumento della disoccupazione e della povertà, e un conseguente aumento della tossicodipendenza e dell’alcolismo. In quest’area la povertà estrema rende difficile anche solo la possibilità di nutrirsi e di scaldarsi in modo sufficiente e questo provoca anche un aumento di difterite e tubercolosi, che vanno a sommarsi all’incremento dei casi di AIDS e di epatite. Calcolare quanti siano stati i casi di tumore pare sia impossibile. Tutto questo viene vissuto con grande fatalismo e una grande responsabilità di questo fatalismo senza speranze sembra essere dovuta soprattutto all’aver insistito nel definire questa popolazione come vittima del disastro di Cernobyl, instillando negli individui la percezione di essere fatalisticamente condannati, senza speranze e alcun futuro. Queste persone sono state viste come unti dalla malattia prima ancora di ammalarsi.
Intanto il governo ucraino sta cercando fondi per ricostruire il sarcofago che si sta sgretolando come le case di Pripjat, la città fantasma. Fondi che sembrano essere difficili da trovare.

E nel frattempo, dall’altra parte del mondo un’altra centrale è saltata.

Mi chiedo come queste persone, figlie di un paese che non esiste più, possano vedere quello che sta accadendo in questo periodo o se ne siano a conoscenza. Chissà con che occhi vedono l’incidente di Fukushima.  Se si sentono vicini ai giapponesi che stanno vivendo una tragedia così simile alla loro o se non gliene frega niente. Chissà se sanno che in Giappone c’è una Fukushima. Chissà cosa comprendono della Storia che gli ha investiti e li ha dimenticati per strada. Chissà quando la Storia che li ha investiti e dimenticati per strada deciderà di ricordarsi di loro. Chissà se ci sarà, da qualche parte, un’altra farfalla che, sbattendo le ali, rimetterà le cose al loro posto ridando a questa gente quello che è stato loro portato via.

lunedì 25 aprile 2011

PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA'

Da domenica 10 a sabato 30 aprile 2011, sarà possibile sostenere Soleterre donando 2 euro con un SMS solidale al numero 45505 da inviare tramite il cellulare personale da qualunque gestore telefonico o chiamando da rete fissa.

http://www.soleterre.org/notizie-sociali/scheda_news.asp?IDNews=424

C'è tanto bisogno dell'aiuto di tutti!!! 

mercoledì 20 aprile 2011

La coerenza dei Primi Numeri (dedicato a MC)

In tutti paesi esistono persone più importanti di altre. È una triste realtà, ma tale è. Io queste persone le chiamo i Primi Numeri e sono quelli che dovrebbero farsi carico di tutti problemi della società in cui vivono. Sono quelli che dovrebbero seguire un ideale su cui costruire un mondo migliore. Sono quelli che per tutto questo vengono pagati. E profumatamente.
Ma cosa vuole dire avere un ideale? Studiando bene, e guardando su vari dizionari ne ho dedotto che avere un ideale significa possedere un insieme di idee, valori spirituali, nobili aspirazioni a cui tendere cercando di realizzare un modello di perfezione. Quindi avere un ideale politico significa avere un insieme di idee, valori e aspirazioni a cui riferirsi per tendere verso quella che per l’individuo è la migliore società nella quale vivere. Vi prego di notare che non ho detto la migliore società possibile. Non avrebbe senso, perché qui sto descrivendo un modello che, per definizione, è puramente astratto e utopico. In parole povere, tutti noi abbiamo in testa un modello di società ideale in cui vorremmo vivere e quindi scegliamo di seguire un determinato comportamento per raggiungerlo.
A volte qualcuno di noi decide che, al fine di raggiungere questo ideale, è necessario dedicare più tempo ed energia di altri e quindi si da alla politica. Nella mia mente continuo ad avere l’immagine dell’uomo che, carico di ideali, decide di mettere tutto sé stesso per il bene comune. A tal fine si riunisce con altre persone che hanno una visione di società in cui vivere simile alla sua e con questi costruisce una sorta di piccola comunità che viene poi chiamata partito. A questo punto il gioco entra nel pratico. Persone diverse che hanno ideali diversi costituiscono partiti diversi. Altre persone, quelle che decidono di rimanere comuni cittadini e quindi non si danno alla politica, scelgono, durante un rito abbastanza simile in tutte le democrazie chiamato elezioni, quale partito si avvicina di più ai loro ideali. La maggioranza vince: il partito che raggiunge il maggior numero di preferenze avrà la possibilità, per un certo periodo, di lavorare al  fine di raggiungere quel modello di società proposto in campagna elettorale.
Pare, però, che tutto questo avvenga solo nella mia fantasia. 

Basta pensare ai nostri Primi Numeri.

Ai miei occhi di persona “normale” pare evidente che i nostri Primi Numeri si siano persi qualcosa per strada. Perché credo sia sotto gli occhi di tutti che tra i valori a cui dicono di ispirarsi e il loro comportamento reale ci sia uno scollamento. E non è uno scollamento da poco.
Queste persone strapagate si comportano in modo totalmente contradditorio rispetto agli ideali per i quali sono stati votati. A difesa di questi comportamenti schiere di elettori continuano a sostenere che non bisogna mescolare la vita privata dei politici con la loro dimensione pubblica, ma io con questo principio non riesco ad essere del tutto d’accordo. Non sono un’amante del gossip, ma esistono limiti che non si possono superare neanche tra le mura domestiche. In primo luogo non è vero che in casa propria si è liberi di fare tutto quello che si vuole perché le leggi dello Stato non si fermano sullo zerbino, e quindi anche all’interno della propria intimità bisogna comunque rispettarle. Penso che capire questo sia abbastanza semplice: se così non fosse si potrebbe anche uccidere un’altra persona all’interno della propria abitazione facendola franca.
Ma non è solo quello il punto. C’è di più: se io credo in un determinato ideale e a tal fine mi spendo, questo dovrebbe significare che desidero vivere in un determinato contesto sociale. Se un politico dice di credere in un determinato ideale e poi si comporta in modo opposto ecco che nella migliore ipotesi io mi sento truffata, perché quel determinato politico o non crede nelle mie idee oppure ha dei seri problemi di sdoppiamento della personalità.
Faccio un esempio volutamente raccapricciante: i nazisti. Non volevano, sul loro territorio, ebrei, zingari, rom, slavi, omosessuali, portatori di handicap e chiunque non fosse teutonico di pura razza ariana e, inoltre, volevano che il loro territorio si espandesse il più possibile. Non si può negare che non si siano spesi per raggiungere questo fine. In questo sono stati assolutamente coerenti. Avevano una sola “piccola” contraddizione: Hitler. Un monorchide di origini ebraiche.
Alla luce di quanto ho detto sopra, qualcuno mi deve spiegare allora come devo interpretare determinati comportamenti, che mi sembrano un’evidente scollamento tra quanto i nostri Primi Numeri hanno dichiarato di volere per lo Stato in cui vivono e quanto in realtà applicano.
Divertiamoci un po’ con qualche esempio.
Partiamo da nome del Numero Primo tra i partiti: il Popolo Delle Liberà. Quel partito un cui membro (Alessio Butti) ha chiesto di censurare alcuni siti internet perché “istigano alla violenza” (magari il termine è un po’ generico, o sembra a me?). Questo è sempre quel partito che ha proposto la, ormai dimenticata, “legge bavaglio”, un bel nome per una legge del Popolo Libero. Ultimamente, infine, alcuni membri hanno anche chiesto di censurare i libri di Storia che parlano troppo male del loro premier. Chissà cosa diranno di queste parole …
Secondo piccolo esempio: se io sono una persona cristiana e voglio vivere in una società che mi rispecchi, darò un certo valore alla famiglia e, magari, parteciperò al Family Day.  Ecco a voi una citazione da poco: “Non si possono equiparare le famiglie di serie A, fondate sul matrimonio, con quelle di serie B nate dalla convivenza” A dire questo, una persona che di famiglie di serie A e serie B se ne intende: Daniela Santanchè che ha un matrimonio annullato ed una convivenza alle spalle. Attualmente risulta single, ma varie voci la spacciano per la fidanzata di quello che si dichiara in difesa della famiglia, infatti ne ha disfatte due e ci ha donato un nuovo termine per definire le cene eleganti con ragazzine: il bunga-bunga. Aggiungerei anche che la signora di cui sopra è un Sottosegretario e non è stata eletta. Queste nomine il Presidente del Consiglio le sta elargendo a tutto spiano aumentando, di fatto, il costo della politica, alla faccia della promessa di diminuire i parlamentari. Del resto è il Popolo delle Libertà quindi ha senso diminuire il numero dei parlamentari eletti per aumentare il numero dei Sottosegretari nominati, vuoi mai che non ci scappi un po’ di opposizione alla libertà. Ma insomma: solo io vedo lo scollamento? Solo a me sembra evidente il discorso “vi racconto come secondo me dovreste vivere voi, ma non come vorrei vivere io”?
Terzo esempio di sdoppiamento della personalità: i difensori della cristianità! Li avete presente? Sono quelli che vogliono assolutamente il crocefisso nelle classi perché si ispirano a sani principi cristiani, salvo poi dichiarare di voler sparare agli immigrati che sbarcano a Lampedusa. Vabbè che questi migranti raramente sono cristiani e la cristianità deve essere difesa con tutti i mezzi (quindi anche con il mitra), ma non è evidente la perdita di un paio di precetti? Anche loro sono per la famiglia basata sul matrimonio. Come esempio vi porto Roberto Calderoli: Ministro Per la Semplificazione Governativa. Sì sto proprio parlando di lui, quello a cui hanno dato un bianchetto in mano senza controllare che prima leggesse, infatti è riuscito a eliminare il Veneto dallo Stato Italiano (o forse era voluto?) e a cancellare la legge che punisce le contraffazioni alimentari (ci sono voluti un paio di decreti urgenti per rimettere le cose al loro posto). Sapevate che l’Onorevole Ministro è così cristiano da essersi sposato una prima volta con rito celtico (?) ed ora convive? E allora mi chiedo: per quale caspita di motivo lui vuole per me qualcosa che non vuole per sé stesso? Io sarò di parte, ma questa mi sembra una grossa contraddizione. Vabbè, non si può confondere la vita privata con la carica pubblica, ma resto dell’idea che una carica pubblica dovrebbe presentare un minimo sindacale di coerenza.
Il quarto esempio, invece, non è tratto dal gossip e non è una burla: il comportamento che il nostro Governo ha avuto con la Libia. Questo contegno ci ha esposto al pubblico lubridio ed ha lasciato morire un numero imprecisabile di libici. Perché qui siamo passati dal baciamano, al colpevole silenzio per “non disturbare in un momento così difficile” fino al definire Gheddafi: “un dittatore sanguinario” (parole del Ministro Frattini). Non solo: ci hanno anche raccontato delle balle. Ancora oggi non sappiamo se i nostri aerei stanno bombardando o lanciando cioccolatini e coriandoli perché l’aeronautica è stata smentita dal Governo. E questo vi sembra il comportamento di chi vuole trasparenza? Siamo sicuri che questo Governo voglia la trasparenza?

So bene che tutto questo appare di parte e che a qualcuno darà fastidio, ma vorrei fare presente un paio di cose. In primo luogo è la coalizione di Governo quello che ha la possibilità di realizzare praticamente quell’ideale sociale a cui si riferisce, quindi è quella che ha meno scuse ed è quella che deve essere il più coerente possibile. In seconda battuta vorrei chiedere di non fare il solito errore logico per cui se A sbaglia, allora dobbiamo cercare anche l’errore in B e l’errore di B non giustifica quello di A o viceversa. Ad esempio: la Giustizia deve essere super partes giusto? Allora mi deve stare bene che essa non si identifichi né con la vittima né con il colpevole, perché identificandosi con l’uno o con l’altro farebbe comunque un errore. Insomma: il fatto che A sbaglia è un fatto, l’eventuale errore di B è un altro discorso. Che un giorno, forse, affronterò. 

In fondo, io mica sono in par condicio.

mercoledì 6 aprile 2011

TORNO SUBITO

Mi rendo conto che è da un po' che non pubblico niente. Tranquilli: sto benissimo, non mi sono dimenticata di voi e delle promesse che vi ho fatto, ma sto vivendo una piccola avventura letteraria. Presto sarò di nuovo con voi. Guardate che è una promessa, mica una minaccia!!! ( o forse è il contrario?!)

giovedì 17 marzo 2011

Buon Compleanno Italia


Ciao Italia! Mi hanno detto che oggi è un giorno importante per te perché è il tuo compleanno. So che in tanti ti hanno fatto gli auguri, persone molto più importanti di me che sono solo un nick dietro cui si nasconde una persona che non ha neanche il coraggio di mostrarsi di persona. Ma anch’io voglio farteli, anche se ti appariranno banali, anche se non sono quelli formali di un grande capo di stato. Saranno poca cosa, ma posso garantirti che sono sinceri. Molto più sinceri di tanti altri che sentirai. Voglio farteli perché tu sei il mio paese e questo significa che sei un po’ mia madre, mio padre, mia sorella, mio fratello, la mia migliore amica, il mio migliore amico, zia e cugina. Sei la casa in cui sono nata, alla faccia di quei politici che s’inventano una nuova regione geografica che non esiste e che, per lei, si permettono di non alzarsi neanche quando suonano il tuo inno e di onorare la tua bandiera, pretendendo comunque uno stipendio da te. Questa gente può dire quello che gli pare, ma tu sei parte di me. Anzi: sei parte di noi. Tutti noi.

Ma chi siamo tutti noi? In questi 150 anni quanto siamo cambiati? Penso ai Savoia. All’epoca erano i reali d’Italia e sappiamo come sono finiti: il loro ultimo erede balla il sabato sera in tv e si presenta a San Remo con una canzone di dubbio valore musicale (chissà cosa ne penserebbe Verdi?) Penso ai Mille. Erano giovani, ma, soprattutto, erano colti e benestanti. Quanti oggi nella loro condizione si comporterebbero così?
Quando eri giovane, cara Italia, avevi un sacco di speranze, la tua nascita noi la chiamiamo Risorgimento: che bella parola! Senti come suona bene: RISORGIMENTO! 
Poi arrivò una guerra, una di quelle che si ricordano per un pezzo, che però ti vide vincitrice e ti fece anche crescere. Il Trentino e Trieste arrivarono in quegli anni. Pochi anni dopo cominciasti a sopportare una dittatura che ti portò a una guerra forse anche peggio della precedente. Certo che, a ben guardare, non avevi ancora un secolo di vita e già avevi tante cose da raccontare. Nel frattempo avevi anche deciso che la monarchia non era la forma di ordinamento più adatto a te. Oggi mi sono guardata qualche filmato del tuo centesimo compleanno. Eri nel pieno del boom economico e avevi un sacco di grandi speranze. La tua gente aveva voglia di riemergere dalle macerie, di lasciarsi dietro la povertà e di essere orgogliosa. E adesso? 

Adesso ho come l’impressione che ti sei persa qualcosa. Sai: l’idea mi è venuta guardando un paese che si trova dall’altra parte del mondo e che in questi giorni sta vivendo la più grande catastrofe della sua storia. Il Giappone in questi giorni è devastato da terremoti, tsunami e catastrofi nucleari. Guardo le immagini alla TV e resto ammirata dalla dignità e dalla compostezza di un popolo per il quale, lo confesso, non ho mai nutrito particolare simpatia. Da loro i commercianti stanno distribuendo i beni di prima necessità gratuitamente alle persone in difficoltà perché sanno che queste, quando potranno, torneranno a saldare il loro debito. Da noi due anni fa, quando ci fu il terremoto all’Aquila, certe persone ridevano pensando a quanto avrebbero potuto guadagnare illecitamente. Possiamo davvero definirla solo differenza culturale? Io non credo. Io credo, cara Italia, che hai proprio perso gran parte di quella dignità che anni addietro ti aveva fatto grande.

In questi giorni, poi, non c’è solo la tragedia del Giappone che mi fa guardare il resto del mondo e preoccupare per te. C’è anche la tragedia del Medio Oriente e del Mediterraneo, dove altri popoli stanno cercando disperatamente di avere il loro risorgimento. Da questa tragedia molti disperati sbarcano sulle tue coste bisognose di aiuto. Capisco la tua preoccupazione circa il come farli a gestire. Ma ti prego: non dimenticare che buona parte della tua fortuna la devi proprio a quei tuoi figli che sono partiti e che ti hanno dato ricchezza. Neanche loro si sono integrati mai fino in fondo, legati com’erano a te: pensa a quante Little Italy ci sono nel mondo. Pensa a come gli antichi romani, tuoi antenati, sapevano assorbire la cultura altrui e diventare grandi. Sai, cara Italia, ti preoccupi tanto degli stranieri che decidono di abitarti, e non ti preoccupi affatto dei tuoi figli che ti lasciano: l’anno scorso sono stati sessantamila. Sessantamila persone che non ti trovano più un bel posto dove vivere. Ti rendi conto di quanto questo sia una sconfitta per te? Ti prego, cara Italia, non dimenticare il tuo passato, e, soprattutto, non dimenticare che hai un futuro. 

Sin da quando sono bambina, mi hanno insegnato che la tua terra, cara Italia, è povera di materie prime. Sai che con questa idea io non sono d’accordo? Tu sei ricchissima di una materia prima che è la più preziosa che si possa trovare in natura, ma che tu regali grezza agli altri paesi per poi comprarla elaborata a un prezzo altissimo. Questa materia prima si chiama INTELLIGENZA. Adesso questo filone, così vasto e ricco, si sta esaurendo.
Ma ci pensi? Nel corso dei secoli, già da quando eri ancora un’idea, hai insegnato l’Arte al mondo e adesso lasci che le tue opere meravigliose cadano nel degrado. Sei la patria di Fellini, Monicelli, Pirandello e Eduardo e adesso ti ritrovi con i cinepanettoni a mantenere il cinema di qualità e i comici di Zelig a riempire i teatri facendo pagare il biglietto anche per quando i Grandi vanno in scena davanti a platee desolate. Puoi vantare un numero di premi Nobel incredibile viste le tue dimensioni, ma le ricerche di questi Nobel sono state fatte altrove perché qui da te pare che i soldi non siano mai.

Ti prego, cara Italia, non ti far fregare dall’ingordigia: la tua vera grande ricchezza è nella testa e nel cuore di chi ti vive, non sprecare questo bene prezioso! Ancora oggi, come nel passato, nel mondo ci sono persone che muoiono nel tuo nome: non sprecare il loro sacrificio perdendoti nei sabati pomeriggio all’outlet. Non pensare che tu sia solo un’equazione di bilancio, perché la gente che ti vive e ti muore si merita molto di più. I tuoi antenati sono stati i dominatori del mondo, non ti accontentare di vivere solo di antichi fasti perché anche questi li perderai se non conservi la tua identità e diventerai solo un piccolo stato schiavo, di altre culture avendo rinunciato alla tua.
Fatti un bel regalo Italia: riprenditi la tua dignità. Te la meriti.

martedì 8 marzo 2011

Tanti auguri donne

Qualche settimana fa ho trovato questo articolo di cui vi posto il link:

http://informarexresistere.fr/monsignor-bertoldo-le-donne-inducono-in-tentazione-i-loro-stupratori-e-fanno-piu-vittime-dei-preti-pedofili.html

Spero seriamente che le frasi qui riportate siano del tutto decontestualizzate perché, se così non fosse, troverei questo discorso singolarmente preoccupante. Pertanto mi appresto a commentare solo le frasi senza giudicare né chi le ha dette né l'istituzione che rappresenta. Sinceramente: messe così mostrano un'ignoranza e una pochezza morale che mal combaciano con la persona a cui vengono attribuite vista, soprattutto, la "divisa" che indossa.

Il primo errore che leggo, è il pensare che lo stupro si un atto sessuale provocato dall'avvenenza di una donna. Sbagliato. Lo stupro è un atto di prevaricazione: anche negli animali, ad esempio, il capobranco ha rapporti sessuali con gli altri membri del clan ed in questo non c'è nulla che non sia identificabile con un "io sono il tuo signore e padrone e faccio di te ciò che più mi aggrada". Se in natura questo genere di atto, il cui scopo è la sottomissione, non viene considerato esattamente stupro perché è previsto dal contesto sociale, l’uomo che stupra una donna si abbassa soltanto al livello dell’animale e non riesce a vedere la donna come un suo pari, ma cerca di soltanto di sottometterla.

Pensare alla bella fanciulla che in vestiti succinti si aggira con movenze provocanti nel cuore della notte, magari sperando nell'intimo proprio in quel genere d'incontro, è una cosa che ha più attinenza con i racconti porno che con la realtà.

La realtà è un'altra.

La realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, è che, se sei una donna che subisce violenza, questa la subisci proprio dalla persona a cui tieni di più al mondo. Perché la violenza te la tieni in casa e in genere sotto forma di un fidanzato, oppure un marito o magari un padre o fratello. Non lo dico io: lo dicono le statistiche di tutti i paesi in cui queste vengono fatte.

E qui leggo il secondo errore, il più grave, quello che fa più male: se sei una donna che ha subito violenza, l'ultima cosa di cui hai bisogno è di un bel senso di colpa. Perché di sensi di colpa ci vivi. Perché la violenza è in primo luogo sempre psicologica, poi può diventare fisica o sessuale, ma è sempre la psiche quella che riporta le ferite più profonde, non sono mai i danni sul corpo. E durante il rapporto malato è SEMPRE colpa tua per qualcosa: perché non sei all'altezza, perché non sei abbastanza intelligente, perché non sei abbastanza bella, perché ti ostini a pensare con la tua testa, perché non fai mai abbastanza, in poche parole: perché non sei una macchina perfetta. E questa mancanza è sempre tua. La vergogna che provi, che va a braccetto con il senso di colpa, ti portano ad auto convincerti che è giusto così e che chi ti sta facendo del male in realtà lo fa per amore. Perché chi ti sta facendo del male è, ai tuoi occhi, una persona meravigliosa che riesce, nonostante i tuoi difetti, a rimanerti accanto e, nella sua immensa bontà e dolcezza, a cercare di correggerti. E tu esisti solo e soltanto in funzione sua: vivi della sua luce riflessa ed hai il terrore di perdere il suo affetto. Perché sai che se non è lui, nessun altro potrà mai volerti bene imperfetta come sei. In questa situazione tutto è una tua responsabilità e arrivi a nasconderti: non nascondi le ferite perché pensi "chissà cosa potrebbe dire la gente", non è quello il tuo problema, ma perché quelle ferite, quel tuo malessere, altro non sono che l'evidenza della tua mancanza, delle tue colpe. E allora nascondi tutto come se la tua esistenza fosse il tuo peggior crimine. La tua grande colpa appunto.

E se sei così fortunata da uscire da questo rapporto senza finire nelle pagine di cronaca nera, ecco che il senso di colpa ti rimane. Perché sei stata così cretina da caderci, perché non ti sei accorta in tempo di quanto stava accadendo, perché hai lasciato che la tua vita andasse in pezzi ed ora ti ritrovi a raccoglierne i cocci e solo vivendolo puoi capire quanto sono piccoli e quanti frammenti hai perso. E i tuoi cari, intanto, vivono il senso di colpa per non averti protetto come avrebbero dovuto senza accettare il fatto che non potevano perché la prima a nascondere la verità eri proprio tu.

Se sei ancor più fortunata un giorno riesci a vincere il senso di colpa e a convincerti che la responsabilità è di chi ti ha fatto questo allora puoi dire di aver fatto una gran parte del percorso, non è ancora finita, ma sei a un buon punto. Non ti illudere che qualche mese basti: nella migliore delle ipotesi ci vogliono diversi anni. E non è un percorso graduale: avrà alti (pochi) e bassi (infiniti). È un percorso che ti farà tremare ogni mattina alla sola idea di affrontare il mondo, ti farà rimanere in blackout emotivo in cui non proverai nulla perché ogni emozione ti può far del male, ti farà aggrappare a delle illusioni e abbandonare strade anche importanti perché la paura ti impedirà di uscire dal quel guscio che intanto andrai costruendo.

Dire a una donna che ha subito tutto questo che è colpa sua e che se l'è cercata vuol dire riportarla con la forza a rivivere un incubo che credeva di aver superato. Dire a una donna che la violenza se l'è cercata vuol dire farle ancora violenza. E allora domando a tutte quelle persone pie e timorate di Dio con che diritto posso dire questo. Perché di una cosa sono sicura: ammesso e non concesso che Dio esista, Lui questo diritto non gliel'ha dato.

Infine, lasciatemi dire un'ultima stupidissima cosa: oggi è la festa della donna. Auguri.

mercoledì 2 marzo 2011

La Banda di Stefano Ruggeri, le famiglie alla tv e l'operazione nostalgia

Che cosa possono avere in comune uno strumento che serve per riversare delle vecchie musicassette su computer (assomigliante in tutto e per tutto a un walk-man della fine degli anni Ottanta), un paio di All Star ricomprate identiche vent’anni dopo e un bellissimo balletto visto a teatro? La risposta è semplice: tutte queste cose mi riportano indietro nel tempo fino ai miei dodici- quattordici anni. Qualcuno potrebbe definire tutto questo “operazione nostalgia”, ultimamente va anche di moda, ma io sono una radical-chic bastiancontrario e certe cose non le faccio per principio.
Diversi mesi fa mi sono procurata un lettore di cassette che, tramite un cavetto usb, le riversa su computer. Apparentemente è un’operazione semplicissima, ma richiede molto tempo e pazienza; così ho deciso di procedere con un criterio di priorità, tenendo anche presente che di cassette nel corso degli anni ne ho perse moltissime, ma altrettante ne ho salvate, e che alcune potrebbero anche essere danneggiate. Pertanto il mio criterio è questo: prima passo in digitale quella musica cui tengo di più, ma della quale non riesco a trovare la versione moderna, poi quella cui non tengo particolarmente (la sto ancora cercando in realtà, mi sembra tutta indispensabile), e infine quella che posso tranquillamente ottenere con altri mezzi (la stragrande maggioranza).
A questo punto, per chi mi conosce, è facilissimo immaginare da quali cassette sono partita: da quelle della Steve Rogers Band. Vent’anni fa ne ero appassionata. Ci tengo a precisare che per me non erano “il gruppo di Vasco” o soltanto quelli di “Alzati la gonna”, al contrario: io ho conosciuto Vasco perché era quello che aveva cantato con loro e m’innamorai di un’altra canzone dal titolo “Bambolina” che fu poi il secondo singolo tratto dal medesimo album. Ero una bastiancontrario un po’ radical chic in erba insomma.
Il mio personale percorso nella nostalgia è cominciato così. Ed è proseguito con un paio di scarpe da ginnastica. Tre settimane fa, una notte, mi sono messa al computer a riversare una cassetta e, casualmente, avevo addosso proprio un paio di All Star alte e nere perfettamente identiche a quelle che avevo quando ascoltavo la Steve Rogers Band nel walk- man. Come delle moderne Petite Madeleine di Proust quelle scarpe e quella musica mi hanno fatto tornare indietro di colpo a quegli anni. E così mi sono rivista: con le mie amate All Star, il mio walk- man, i miei quarantaquattro braccialetti tutti in un polso e che dovevo togliere prima di ogni allenamento, i miei anelli a forma di teschio o di tarantola e il mio invidiatissimo chiodo (chi ricorda quel bellissimo giubbotto di pelle pieno di borchie?) .
Questa sensazione mi è rimasta dentro per qualche giorno, poi un paio di settimane fa, quando ero convinta di essermene liberata, mi sono ritrovata a teatro a vedere un balletto dal titolo Family Zapping. Questo balletto racconta il quotidiano di una famiglia alle prese con l’imminente matrimonio della figlia maggiore. Anche se le musiche sono di Bach, Vivaldi e Albinoni e quindi la Steve Rogers Band non c’entra assolutamente niente, nei personaggi narrati ho rivisto la mia famiglia: il padre e la madre, la sorella maggiore, il fidanzato con l’aria del bravo ragazzo, e la ragazzina che ha fretta di crescere. Mancava giusto mio fratello …
Sinceramente non mi era mai capitato di immedesimarmi in un singolo personaggio. Perché, lo devo confessare, quella ragazzina rompiscatole con tanta voglia di diventare grande ero proprio io. Come ho già spiegato, quando guardo un balletto, non riesco a provare un sentimento bidimensionale come il semplice “mi è piaciuto”. Nel caso specifico le emozioni provate, poi, sono state molto particolari: in genere mi sento sul palcoscenico a vivere accanto ai protagonisti, ma non mi era mai successo di sentirmi una di questi. E così mi sono trovata a rivivere sentimenti ed emozioni che non provavo da vent’anni e che, fino a pochi giorni prima, avevo addirittura dimenticato.
Nella mia operazione nostalgia prima mi sono ritrovata a ricordare, poi a tornare indietro nel tempo e quindi a rivivere le emozioni di quando ero alle scuole medie. Per più di un’ora sono stata di nuovo quella ragazzina che ascoltava “Meglio così” (una canzone che non è mai stata un singolo, se ricordo bene, nuovamente quello spirito radical-chic) disegnando durante le ore di Educazione Artistica perché la matita doveva muoversi al ritmo della nostra musica preferita creando una linea che esprimesse il nostro essere. Quella ragazzina che andava ad aprire la porta al fidanzato della sorella maggiore e si chiedeva come facesse, quest’ultimo, a essere sempre puntuale all’ora del dolce e che poi si metteva a guardare la tv con tutta la famiglia la sera se non aveva ancora dei compiti da finire.
Quella ragazzina …
Che fine ha fatto?
So che, a un certo punto, le medie sono finite. Che un periodo particolare della mia vita è finito. So di essere andata al liceo, so di aver studiato, so di aver vissuto altre esperienze che mi hanno segnato in modo indelebile, ma quello che non so è quando tutto questo è avvenuto. Mi rendo conto che posso collocare bene l’inizio di questa felice fase della mia vita e di quella successiva notevolmente meno felice, ma che non posso collocarne la fine. Ricordo che la Steve Rogers Band, a un certo punto, è sparita dalla mia vita e non so dove sia finita né perché se ne sia andata. So di aver avuto altre passioni adolescenziali, e che sono sparite anche queste. So che la certezza di essere ormai grande e forte è scomparsa lasciando spazio all’insicurezza e alla paura. So com’è finito quel fidanzamento. So anche che Massimo Riva non c’è più dal 1999.
Ho la spiacevole sensazione di essermi persa qualcosa, ma non so cosa. E nemmeno quando l’ho persa. Però rivivere tutto questo anche se solo per poco tempo è stato magnifico. E quindi voglio finire rivolgendo una delle mie parole preferite a chi tutto questo me l’ha fatto rivivere: grazie.